NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

laboratoridirepressione

SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











FACCIAMO DA SEMPRE QUELLO CHE C’È DA FARE, NEL BENE E NEL MALE.

 

FONTE: Sport People

 

Abbasso nuovamente il volume della televisione. In questo periodo, quelle rare volte che la accendo, il volume è sempre troppo alto, per coprire il rumore delle sirene delle ambulanze che ogni attimo passano fuori casa. Ora lo riduco allo zero per capire se è davvero, nuovamente, un’ambulanza, perché ormai quel rumore ce l’ho nella testa. Trattengo il respiro; no, questa volta me lo sono solo immaginato.

Però sento le campane, ormai ho imparato a distinguerne il suono e, quello che sento ora, è ancora il ritmo che annuncia un compaesano morto.

Negli ultimi due, forse tre giorni, mi sembra diminuita la frequenza con la quale le sento passare, le ambulanze. Non so se la notizia si possa ritenere positiva o meno. Non c’è più posto negli ospedali e gli anziani, potendo scegliere, preferiscono morire fra le mura di casa, piuttosto che in un corridoio di un pronto soccorso, mentre aspettano invano che si liberi un posto in terapia. Già, perché a questo punto la scelta si è limitata a queste due alternative. Quando i famigliari salutano il parente che viene portato via con l’ambulanza perché non ce la fa più a respirare, sono consapevoli del fatto che probabilmente non lo vedranno mai più, né vivo né morto.

Scorrono le immagini sullo schermo piatto di fronte a me, ma nella mente l’unica immagine che ho è quella fila di camion militari, incolonnati uno dietro l’altro che trasportano i nostri morti fuori città. NOSTRI, perché c’è qualcuno che conosciamo su quei camion, lo zio, il nonno, l’amico, il vecchietto con il quale discutevi di Atalanta al bar, la nonnina che vedevi sempre puntuale alle sette di mattina andare dal fornaio a prendere il pane. Non ci sono più, e il rammarico grande è non averli potuti salutare, non aver potuto abbracciare come più forte non hai mai fatto, l’amico che su quei cassoni coperti, chissà su quale poi, ha il papà o la mamma.

Arriva sera e c’è la telefonata ai tuoi genitori. Aspetti con il cuore in gola di sentire se il “pronto” dall’altra parte della cornetta è un po’ nasale o la voce è la stessa della sera prima. Fortunatamente la voce è la stessa, solo più triste di ieri, perché anche oggi un altro amico di famiglia, un coscritto dei tuoi, non ce l’ha fatta, è andato avanti come dice il papà Alpino. E allora devi consolare anche i tuoi genitori, prima che ti chiedano se e quando toccherà a loro.

Pensi che è un incubo dal quale non riesci a destarti. Anche tu avresti voglia di essere consolato, ma siamo tutti sulla stessa barca, nessuno è messo meglio di altri.

Però, c’è un però in tutto questo. È un però dato ancora una volta dagli ultimi. Gli ultimi, tu e i tuoi amici, tu e il tuo gruppo. Quelli che sono lì, quelli che si stanno dando da fare per costruire un ospedale.

Poteva essere anche per scavare una fogna a mani nude, non sarebbe cambiato nulla. Tempo di una mail per una mano e, in due minuti, erano già dieci persone disponibili. In dieci minuti le persone disponibili erano già cento. La richiesta è solamente di quindici persone e allora le altre si fanno da parte, per non creare problemi da “sovra afflusso di volontari”.

È un onore vederli lì, che si danno da fare indossando fieri la maglietta della curva o il cappello di alpino, con una mascherina che dopo giorni di utilizzo, ha più una funzione psicologica che di vera e propria protezione. Senso di appartenenza. E con loro ci sono tuti gli altri, ci siamo tutti noi, anche se non fisicamente presenti perché non necessari. Non necessari ma indispensabili, comunque. Per una pacca sulla spalla virtuale, perché quella, ora come ora, può arrivare solo tramite messaggio. Tutta gente da sempre bistrattata, i soliti delinquenti, attaccabrighe e drogati. Non interessa, agli Ultras, a noi, l’opinione altrui, facciamo da sempre quello che c’è da fare, nel bene e nel male.

Ed in ogni città d’Italia, gli Ultras si sono mobilitati, facendo quello che da sempre sanno fare. Qualcosa per la loro città. Hanno raccolto fondi, cucito mascherine, portato la spesa agli anziani. Hanno dato quella pacca sulla spalla ai medici e agli infermieri, con striscioni di vicinanza, di ringraziamento, con degli inviti a non mollare. E se di mascherine non ce n’era per fortuna bisogno, le hanno date ad altre città. Gli stessi striscioni li hanno appesi per altri, per amici, gemellati o nemici storici. Dalla punta dello Stivale fino alla cima più alta delle Alpi. E oltre, perché anche da oltre confine è arrivata solidarietà, e tanta.

Ma questo rimane negli articoli di fondo dei giornali, più orientati a dare risalto a freddi numeri che sperano gli diano qualche click in più. Nemmeno la decenza di ricordarsi che quei freddi numeri sono sempre i nostri zii, nonni, amici, vecchietti che vedevi al bar e con cui discutevi di Atalanta, nonnine che andavano dal fornaio a prendere il pane. Aspettano con un’ansia smisurata la conferenza stampa delle diciotto, con gli articoli già pronti, a seconda del numero di morti che verrà ufficializzato. Obiettivo, uscire per primi, chissenefrega della compassione. Un click, l’importante è un click in più.

Non entro poi nel merito dello schifo che proviene dal mondo del calcio, in questo momento non ho nemmeno voglia di parlare o di pensare a quella che è stata la ragione di vita per molti anni. Quel poco che ho visto mi ha fatto accapponare la pelle. Soprattutto, quello che non ho visto. Non ho visto mobilitazione da parte delle varie associazioni (Lega, Figc, Associazione calciatori, ecc.) ad esempio, per una raccolta fondi. Non ho visto calciatori che si sono mobilitati in aiuto agli ospedali della loro città. Sì, qualcuno ha messo all’asta la maglietta o il pallone della tripletta. Opinione personale, ben poca cosa.

Ora è la guerra dello scarico di responsabilità, con giornalisti, sindaci ed autorità che non accettano di essere messi alla gogna per aver invitato i cittadini ad uscire e ad andare nei ristoranti, salvo due giorni dopo invitare tutti a non uscire.

Tutti politicamente corretti, che scaricano responsabilità sui virologi, che a loro volta si difendono perché ai tempi delle loro dichiarazioni non c’era pericolo. Uno schifo a destra e a manca.

Concludo, con una frase di Gaber, che venne già utilizzata quando protestammo sotto la sede di un noto giornale, il cui giornalista si era augurato più figli orfani piuttosto che di Ultras:

 

giornalisti avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete, avete ancora la libertà di pensare ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere, e di fotografare immagini geniali e interessanti, di presidenti solidali e di mamme piangenti. E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento: cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti, e si direbbe proprio compiaciuti. Voi vi buttate sul disastro umano col gusto della lacrima in primo piano. Sì vabbè, lo ammetto, la scomparsa dei fogli e della stampa sarebbe forse una follia, ma io se fossi Dio, di fronte a tanta deficienza non avrei certo la superstizione della democrazia!

 

Luigi Cantini