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Cucchi e le altre morti bianche… “vogliono farci credere che è stato per colpa loro”

 

Fonte: l'Unità

 

“L’idea di fondo è che la vita dei singoli va sacrificata a un interesse collettivo”. Parla l’avvocato Fabio Anselmo, che rappresenta le famiglie delle vittime contro lo Stato.
Patrizia piange e nonostante ci provi e ci riprovi, proprio non riesce a parlare, per un dolore testualmente “incommensurabile” che le strozza la gola. Un dolore, aggiunge, “che si accumula e diventa troppo da sopportare, un dolore che non dovrebbe sentirlo nessuno”. Lucia preferisce non dire nulla, con un sorriso amaro dice no, grazie. Poi tocca a Domenica che a malapena pronuncia qualche parola a bassa voce, e poi si interrompe.
Parla Ilaria, parla per tutte le mamme, le sorelle e le figlie - diventate una fila intera, sedute una accanto all’altra, ed è questo che raggela il sangue più di tutto - di chi è morto di morte bianca, senza motivo ma con tanti sospetti, tra caserme, ospedali e posti di blocco, dove pure di norma ci sono tanti, tantissimi servitori dello Stato che lo Stato manda allo sbaraglio per pochi euro e con ancora meno benzina nel serbatoio. Aldrovandi, Uva, Ferrulli, Cucchi, più tutti gli altri casi simbolicamente presenti qui a San Lorenzo, Roma, in un teatro che ascolta in silenzio, nella pancia di un quartiere che vuole bene, a quelle donne piene di dignità e di rabbia, unite da un filo atroce: “Loro sono le mie amiche, le mie sorelle, sentiamo lo stesso dolore e non chiediamo altro che la verità” dice Ilaria Cucchi a nome di tutte.
Ma, appunto, è sempre più difficile raccontare quello che lei, Patrizia Moretti, Lucia Uva e Domenica Ferrulli vanno ripetendo da mesi, o da anni, per parlare di chi manca all’appello, Stefano, Federico, Giuseppe, Michele. Per mostrare a tutti la collana di parole e di foto, così hanno ridotto mio fratello, questo era mio figlio, che è sempre più difficile da portare.
Nemmeno questo, a dire il vero, nel caso di Niki Aprile Gatti, 26enne che viveva a San Marino ed è stato arrestato il 19 giugno 2008 con l’accusa di truffa informatica, un ragazzo risucchiato nella colossale e nebulosa vicenda Telekom Sparkle-Fastweb: cinque giorni dopo viene ritrovato cadavere, ufficialmente per suicidio, nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano, a Firenze. Di Niki non è rimasta nemmeno una foto del cadavere, e il suo appartamento fu ripulito da cima a fondo poco dopo la sua morte da ladri piuttosto strani.
Poi tocca a Fabio Anselmo, l’avvocato che suo malgrado è diventato il collante di tutte queste storie, scoppiate dopo quella di Federico Aldrovandi che è stato un po’ come un tappo per una bottiglia troppo vivace. Il legale che ha portato o vuole portare in tribunale pezzi di Stato e pezzi di istituzioni. Invitato, anche lui, per il secondo anniversario della morte di Stefano Cucchi che - ricorda lui, scandendo le frasi e scegliendo le parole nel vocabolario dell’indignazione - per la giustizia italiana è ancora “un albanese senza fissa dimora”, quanto era scritto nell’ordinanza di custodia cautelare - poi convalidata - di quella maledetta sera di ottobre del 2009.
“Le Nazioni unite hanno formulato 92 raccomandazioni al nostro governo che ne ha respinte immediatamente 16, la prima delle quali riguardava l’uso della tortura. I nostri politici l’hanno rimandata indietro con la motivazione “da noi non serve”. L’avvocato entra poi nel cuore del problema che è anche il filo conduttore di tutti i fascicoli di cui si occupa, accomunati tecnicamente anche - spiega lui - dallo stesso modo di redigere le autopsie, gli atti, di descrivere le vittime come in preda ad atti autolesionistici.
Parla a braccio, Anselmo, ma tocca tutti: “Il concetto che accomuna tutti questi processi è il tentativo che stanno facendo di far passare l’idea che chi è morto, in fondo ha avuto quello che si meritava. Questo vale per esempio per Stefano Cucchi che era maleducato e non è stato collaborativo, al processo in corso la gran parte del tempo la passiamo a parlare dei suoi difetti e lo scopo di tutto è metterli in luce insieme a quelli delle famiglie.
Per Federico Aldrovandi che camminava alle cinque del mattino in un parco pubblico, e non doveva esserci, o per Michele Uva che ha avuto un passato da clochard e ha fatto una fine terribile, ma anche per Michele Ferrulli che come gli altri è morto per colpa sua. E questo perché si vuol far passare l’idea di fondo che la vita umana dei singoli vada sacrificata per qualche supremo interesse collettivo dello Stato o della giustizia. Vi parla uno che è considerato un somaro, perché il 70-80% delle mie istanze e delle mie domande viene respinto dalla corte”.
Basta leggere uno dei resoconti di agenzia sulle udienze: “Stefano Cucchi agli infermieri si mostrò poco collaborativo, esile e si alimentava in modo discontinuo”. E ancora, nella testimonianza dell’infermiera Maria Giulia Masciarelli: “Aveva gli occhi lividi, ma non gli chiesi il perché. Non voleva fare terapia endovenosa e rifiutò la visita oculistica. Durante il giro letti, una collega gli domandò con chi potevamo parlare per fargli avere biancheria pulita, ma Cucchi rispose che non gli interessava nulla; disse di no anche quando gli proponemmo l’utilizzo di biancheria del reparto”.
I “no grazie” di un ragazzo che era pieno di lividi e piuttosto malconcio possono suonare in tanti modi, in un’aula di tribunale, e secondo l’avvocato Anselmo il rintocco che hanno non ci porterà lontano. Lo scenario tratteggiato dall’avvocato non induce pensieri sereni: “È utile riflettere su queste problematiche perché riguardano i valori sociali e l’impostazione culturale della nostra giustizia. Tutte queste vittime sono state massacrate due volte, anche durante il processo, un po’ come succedeva negli anni 70 per i procedimenti per violenza carnale in cui le donne erano vittime e poi sotto accusa.
Il fine ultimo ovviamente è scoraggiare la denuncia per questo tipo di reati in nome delle istituzioni, della giustizia e della sicurezza nostra e dei nostri figli. La rabbia di queste persone è anche la nostra rabbia. Ed è terribile questa dicotomia tra la giustizia e il popolo in nome del quale viene amministrata e che invece diventa una frusta sulla schiena di queste donne e di queste famiglie”.
Da qui un appello che riguarda 1a società civile, ma non solo: “Abbiamo bisogno dell’attenzione dell’opinione pubblica perché lo scopo di fondo è fare in modo che la gente si disinteressi perché tutto cada nel dimenticatoio. Il gioco è questo. Per questo vogliono far passare molti anniversari come questo per Stefano Cucchi, prima di arrivare alla sentenza.
Il mio pronostico, anche se ovviamente spero di sbagliarmi, è che queste persone saranno condannate in primo grado, per tacitare un po’ l’opinione pubblica, ma poi con l’appello e la Cassazione tutto cambierà e vedrete che magari Stefano resterà un morto per colpa medica”. C’è anche un altro aspetto che spinge il percorso delle famiglie, di Ilaria, Patrizia e delle altre donne, verso un imbuto molto stretto.
“Questo tipo di processi costringe i privati, queste famiglie, a sopportare altissimi costi e quindi ad un peso economico molto rilevante dato dalle spese legali e processuali, unitamente all’estremo garantismo che in realtà è un bizantinismo dove il cittadino, in questo caso le vittime e le loro famiglie, non possono che venire spazzate via”. E come si fa a continuare ad avere fiducia nella giustizia e nei processi? “Ci vuole pazienza, tanta, e tanta fiducia, direi quasi una pazienza e una fiducia divina, teologica”.