NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Lacrimogeni come armi

 

FONTE:Zic.it

 

La campagna “Lince – Occhi sugli abusi” lancia l’allarme sui candelotti sparati ad altezza di persona e sostiene le spese di una ragazza che, colpita durante una manifestazione per Gaza, ha perso la vista da un occhio.

 

Lacrimogeni usati, in enorme quantità, per disperdere la folla intossicando centinaia di persone anche a una certa distanza dai punti più ‘caldi’ dei cortei. Ma anche impiegati come proiettili, per colpire e far male alle/i manifestanti, con il rischio di conseguenze anche molto gravi. E’ il salto di qualità che ha caratterizzato il comportamento delle forze di polizia durante le manifestazioni per Gaza e per la Global Sumud Flotilla che hanno animato Bologna nei mesi scorsi. Chiunque abbia attraversato quelle piazze, o semplicemente visto i video che le hanno documentate, ha potuto constatare un uso smodato di lacrimogeni e, in diversi casi, notare gli agenti impegnati a sparare i candelotti non dal basso verso l’alto ma ad altezza di persona.

E’ per portare l’attenzione su queste situazioni che è nata la campagna “Lince – Occhi sugli abusi”. Chi è Lince? Una ragazza che, proprio a causa di un lacrimogeno, ha perso per sempre la vista da un occhio. “La sera del 2 ottobre, durante la manifestazione contro il genocidio in Palestina, Lince si trova in viale Masini. Lì viene colpita in pieno volto da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo. L’impatto la fa cadere a terra e le provoca delle lesioni gravissime all’occhio”, si racconta nell’appello diffuso per lanciare la campagna, che ha lo scopo di far conoscere questa bruttissima vicenda e raccogliere fondi per aiutare la ragazza ad affrontare le spese sanitarie e legali.

“Lince aiutata da un’amica- continua l’appello- prova a rialzarsi e chiede l’intervento di un medico. In quel frangente vengono raggiunte alle spalle da tre/quattro agenti delle forze dell’ordine, che invece di prestare soccorso come stavano chiedendo, infieriscono colpendole con molteplici manganellate su dorso, testa e schiena. Lince e la sua amica rimangono lì, a terra, circondate da uno scenario dominato da un uso indiscriminato e sproporzionato di lacrimogeni contro la folla. L’unico soccorso che riceveranno sarà da altre persone presenti in un contesto reso estremamente pericoloso da un intervento repressivo che non tiene conto dell’incolumità di nessuno. Lince non potrà mai più vedere da un occhio. Questo non è un incidente, è il risultato diretto di scelte politiche e operative che trasformano lo spazio pubblico in un luogo di rischio per chi dissente. Quando strumenti ad alto potenziale lesivo vengono utilizzati contro civili, la linea tra ‘ordine pubblico’ e violenza istituzionale svanisce. Tuttavia, episodi come questo non devono generare paura né scoraggiare la presenza nelle piazze. La repressione vuole produrre silenzio, isolamento e rinuncia: ciò che invece emerge dalle strade di questa città è l’opposto. La volontà collettiva di continuare a manifestare, di occupare lo spazio pubblico e di prendere parola non può essere messa a tacere dalla violenza. La legittimità del dissenso non è negoziabile, e non sarà la brutalità a farci arretrare”.

Per questo “chiediamo: piena trasparenza e responsabilizzazione delle forze dell’ordine coinvolte; la cessazione dell’uso di strumenti potenzialmente mutilanti contro manifestanti e passanti; la fine della criminalizzazione del dissenso e della normalizzazione della violenza; l’introduzione immediata di codici identificativi ben visibili per tutti gli agenti impiegati nel mantenimento dell’ordine pubblico, perché ogni intervento sia tracciabile e ogni abuso perseguibile. Lince sta affrontando e dovrà affrontare ingenti spese sanitarie e legali, avendo deciso di denunciare per richiedere l’accertamento delle responsabilità dirette e di chi gestiva la piazza, oltre al risarcimento dei danni da parte dello Stato. Per questo ribadiamo la nostra completa solidarietà e vicinanza a Lince e a chi, ogni giorno, sceglie di essere presente nelle lotte. Scendere in piazza è un diritto, non una concessione. Continueremo a farlo insieme, senza paura, finché giustizia e libertà non saranno realmente garantite a tuttə”.

Intanto sull’episodio del 2 ottobre la Procura ha aperto d’ufficio un’indagine a cui si è affiancata la denuncia presentata da Lince e dalla sua amica, hanno fatto sapere gli avvocati Elia De Caro e Marina Prosperi in una conferenza stampa che si è tenuta nei giorni scorsi. “Già il 22 settembre, quando un manifestante fermato aveva mostrato una ferita molto evidente alla pancia, dove era stato colpito da un lacrimogeno, era evidente che i lacrimogeni venissero usati non nella maniera prevista dai manuali di ordine pubblico, con una gittata a parabola, ma lanciati anche ad altezza d’uomo”, hanno segnalato i due legali: per questo “noi abbiamo supportato l’indagine aperta d’ufficio dalla Procura con la nostra denuncia, fornendo agli inquirenti filmati, testimonianze e documenti”.

I documenti prodotti riguardano, in particolare, “come, da manuale, si gestisce l’ordine pubblico”, e sul punto, “abbiamo anche evidenziato che il tiro a parabola non avrebbe potuto provocare una simile lesione, ponendo l’attenzione sul fatto che un’arma dissuasiva diventa, se usata in questa maniera, un’arma offensiva“. Quanto accaduto, secondo gli avvocati, “è un evento veramente grave” e le responsabilità “vanno accertate: c’è una formazione che viene fatta a chi gestisce direttamente l’ordine pubblico e ci sono anche le figure che devono controllare quello che succede nella gestione dell’ordine pubblico”. In sostanza, sarà importante capire “quali fossero gli ordini per quella serata e le istruzioni sull’uso dei lacrimogeni. Sappiamo che sarà difficile capire chi ha sparato e con che intenzioni ha sparato in quel momento, ma c’è anche una responsabilità apicale”. L’auspicio è quindi che “si riesca a raggiungere l’obiettivo che in tante indagini come questa, terminate con delle archiviazioni, non è stato centrato, vale a dire comprendere la responsabilità di chi ha la vera gestione dell’ordine pubblico, dal comandante del plotone al questore a chi, nel momento del briefing, ha deciso le modalità con cui usare la forza quella sera: ci chiediamo se è autorizzato l’uso del lacrimogeno ad altezza d’uomo e anche se, dopo l’episodio del manifestante colpito al torace il 22 settembre, sia stato fatto qualcosa per evitare che un fatto simile ricapitasse”.

Quella a cui ci si è trovati di fronte in questi ultimi mesi “più che gestione dell’ordine pubblico sembra una gestione del disordine pubblico, perché sembra che si voglia creare la paura di agire lo spazio pubblico”, hanno aggiunto i legali: nel caso del 2 ottobre, “quello che emerge è che due persone che manifestavano senza tenere alcun comportamento aggressivo hanno riportato lesioni drammatiche e che l’amica di Lince è stata pestata in un momento in cui si era già risolto il problema di ordine pubblico, e questo è un atto di vera e propria violenza gratuita”.

Alla conferenza stampa è intervenuta anche Amnesty international, sottolineando che “ci sono linee guida internazionali, a livello Onu ed europeo, sull’uso delle armi meno letali come lacrimogeni e manganelli, ma ultimamente abbiamo osservato un aumento dei lanci di lacrimogeni ad altezza d’uomo, denunciando questo uso illegale e anche il fatto che, quando vengono lanciati i lacrimogeni, i poliziotti non avvisano prima che stanno per farlo”.

Tutto questo mentre “l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione europea a non avere sistemi di identificazione degli agenti, il che rende molto difficile chiedere giustizia in casi come quello di Lince”.