Ci sono libri che non si limitano a spiegare il mondo, ma costringono a cambiare il modo in cui lo guardiamo. Immagina un mondo senza polizia di Geo Maher appartiene a questa categoria. Non è un pamphlet provocatorio, né un esercizio astratto di radicalismo. È un testo politico, storico e militante che prende sul serio una domanda che il senso comune dominante considera impronunciabile: e se la polizia non fosse una soluzione ai problemi sociali, ma una delle forme attraverso cui quei problemi vengono amministrati, riprodotti e resi permanenti?
Il punto di partenza è la rivolta esplosa negli Stati Uniti dopo l’uccisione di George Floyd. Maher ricostruisce quel momento non come semplice esplosione di rabbia, ma come apertura di possibilità politica. L’incendio del terzo commissariato di Minneapolis diventa il simbolo di una rottura: non più soltanto chiedere giustizia per l’ennesima vittima della violenza poliziesca, ma mettere in discussione l’esistenza stessa dell’istituzione polizia. Da lì nasce la parola d’ordine che ha attraversato il movimento Black Lives Matter: definanziare, smantellare, abolire la polizia.
La forza del libro sta nel chiarire un equivoco decisivo. Abolire la polizia non significa immaginare il caos, né abbandonare le persone più vulnerabili alla violenza. Significa esattamente il contrario: sottrarre la sicurezza alla logica armata, punitiva e razziale dello Stato, per ricostruirla dentro relazioni sociali, mutuo soccorso, casa, salute, reddito, comunità, giustizia trasformativa.
Maher mostra come la polizia statunitense sia inseparabile dalla storia della schiavitù, del suprematismo bianco, della difesa della proprietà e della disciplina del lavoro. La polizia non nasce per proteggere tutti, ma per proteggere un ordine sociale preciso: quello dei proprietari contro i poveri, dei bianchi contro i neri, dei cittadini contro i migranti, del capitale contro chi lo contesta.
Per questo le riforme non bastano. Bodycam, corsi di formazione, diversificazione dei corpi di polizia, commissioni di controllo: per Maher sono spesso dispositivi che servono a restaurare legittimità, non a spezzare il potere poliziesco. Il problema non è la “mela marcia”, ma l’albero. Non è l’abuso individuale, ma la funzione strutturale dell’istituzione.
Uno dei passaggi più importanti riguarda la distinzione tra abolizione e semplice distruzione. L’abolizione, scrive Maher sulla scia di Angela Davis, Ruth Wilson Gilmore e Mariame Kaba, è “presenza”, non assenza: costruzione di istituzioni nuove, di pratiche comunitarie, di forme di cura e responsabilità collettiva capaci di rendere obsolete polizia e carcere.
Un capitolo decisivo è quello dedicato all’ICE e alla Border Patrol. Qui Maher mostra come la polizia non sia soltanto pattuglia urbana, commissariato, ordine pubblico: è anche confine, deportazione, centro di detenzione, retata, sorveglianza tecnologica, separazione familiare. La cronistoria dell’ICE restituisce il clima politico in cui questa forza anti-migranti nasce e si consolida: non come deviazione trumpiana, ma come esito di una lunga costruzione sicuritaria che ha trasformato la migrazione in minaccia, il confine in campo di battaglia e il migrante in nemico interno.
Maher ricostruisce il legame profondo tra polizia, imperialismo e controllo della forza lavoro: la sorveglianza del confine è anche sorveglianza della bianchezza e della forza lavoro. ICE e Border Patrol non sono corpi separati dal sistema poliziesco, ma una sua estensione estrema: disciplinano i poveri, selezionano chi può vivere e lavorare, producono paura, deportabilità e ricatto permanente. Per questo l’abolizione della polizia non può fermarsi davanti al confine: deve significare anche abolizione dell’ICE, della Border Patrol, dell’Homeland Security e dell’intero apparato che trasforma la mobilità umana in crimine.
È qui che il libro parla direttamente anche all’Europa e all’Italia. Perché il modello ICE non è un’eccezione americana: è la forma compiuta di una tendenza globale. CPR, Frontex, accordi con paesi terzi, esternalizzazione delle frontiere, detenzione amministrativa, rimpatri, polizia di confine: sono tutti tasselli dello stesso dispositivo. La guerra ai migranti non è una politica collaterale, ma uno dei laboratori centrali dello Stato penale contemporaneo.
Qui il libro diventa prezioso anche per il dibattito italiano. In un paese attraversato da decreti sicurezza, zone rosse, criminalizzazione del dissenso, scudi penali, militarizzazione urbana e retorica dell’ordine pubblico, Maher ci offre una grammatica diversa. Non chiede “più sicurezza”, ma domanda: sicurezza per chi? Contro chi? A vantaggio di quale ordine sociale?
La sua risposta è radicale: la sicurezza non può essere affidata a chi dispone del monopolio della forza. Una comunità è sicura quando non viene abbandonata, impoverita, razzializzata, sfrattata, sorvegliata, incarcerata. È sicura quando dispone di strumenti collettivi per affrontare conflitti, violenze, dipendenze, crisi psichiche, povertà, senza trasformare ogni problema sociale in questione penale.
Il libro non offre una ricetta pronta. Non pretende che l’abolizione sia un atto immediato e semplice. Al contrario, insiste sul fatto che abolire significa costruire, sperimentare, sbagliare, correggere, organizzare. Significa togliere potere alla polizia mentre si rafforzano le comunità. Significa smettere di pensare che l’unica risposta possibile alla paura sia chiamare uomini armati.
Per questo Immagina un mondo senza polizia è un libro necessario. Non perché offra consolazioni, ma perché rompe il ricatto del realismo repressivo. Ci ricorda che anche istituzioni oggi considerate naturali — schiavitù, segregazione, manicomi, carceri, confini — sono state costruite storicamente e possono essere storicamente superate.
La domanda che Maher ci consegna non è se domani mattina vivremo senza polizia. La domanda è molto più concreta: cosa stiamo costruendo oggi perché un giorno la polizia non sia più necessaria?
Ed è qui che il libro diventa una sfida politica anche per noi. Perché una società che risponde alla povertà con le pattuglie, al disagio con il carcere, alla migrazione con i confini, alla protesta con i manganelli, non è una società sicura. È una società governata dalla paura.
Maher ci invita a immaginare altro. Non un mondo senza conflitti, ma un mondo in cui i conflitti non vengano consegnati automaticamente alla violenza dello Stato. Non un mondo senza protezione, ma un mondo in cui la protezione non coincida con il controllo. Non un mondo senza giustizia, ma un mondo in cui giustizia non significhi punizione, vendetta, carcere.
Per questo Immagina un mondo senza polizia non è solo un libro sull’abolizione della polizia: è un libro contro l’intero ordine poliziesco del presente, quello che governa le città, le carceri, i confini, i corpi razzializzati e le vite migranti.
La sua proposta è tanto semplice quanto dirompente: non basta limitare la polizia. Bisogna costruire le condizioni sociali, materiali e politiche per renderla inutile. E forse è proprio qui che comincia ogni vera idea di liberazione. |