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26 MARZO 2000

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DAVIDE LIBERO











Milano, la detenzione nascosta nelle camere di sicurezza

 

FONTE:osservatorio repressione

 

L’inchiesta di Natalie Sclippa su La via Libera mostra il volto meno visibile del sistema dei rimpatri: stanze fatiscenti, diritti sospesi e persone trattenute lontano da ogni controllo pubblico

 

L’inchiesta di Natalie Sclippa, pubblicata su La via Libera, apre una finestra su uno degli angoli più opachi del sistema italiano dei rimpatri: le cosiddette “camere di sicurezza” della Questura di Milano utilizzate come “luoghi idonei” per trattenere cittadini stranieri in attesa di espulsione. Una formula burocratica, apparentemente neutra, dietro cui si nasconde una realtà molto più dura: spazi pensati per fermi e arresti temporanei trasformati in luoghi di detenzione amministrativa per persone che non hanno commesso alcun reato, ma che vengono private della libertà perché prive di un permesso di soggiorno valido. Secondo quanto ricostruito da Sclippa, nella città lombarda sono 16 le camere di sicurezza collocate al piano terra della Questura e utilizzate anche per il trattenimento di persone in attesa di rimpatrio.

Da gennaio 2024 ad agosto 2025, nei “luoghi idonei” e nelle camere di sicurezza milanesi sono state rinchiuse 592 persone. Numeri che bastano da soli a smentire l’idea dell’eccezionalità: non siamo davanti a un episodio marginale, ma a un pezzo strutturale, seppur nascosto, della macchina delle espulsioni. Il punto centrale è proprio questo: l’idoneità proclamata dall’amministrazione viene smentita dalle condizioni materiali. Mancano sedie e tavoli, i bagni sono sporchi, le coperte non vengono sanificate, la luce naturale è scarsa. Non c’è nemmeno un ambulatorio medico. Il Garante dei detenuti, dopo la visita del luglio 2025, ha certificato una situazione incompatibile con il rispetto dei diritti fondamentali. Chiamarli “luoghi idonei” diventa allora un rovesciamento della realtà: idonei non alla tutela delle persone, ma alla loro invisibilizzazione.

Queste stanze sono il volto amministrativo della violenza di frontiera. Non hanno l’immagine brutale dei Cpr, non producono sempre rivolte, incendi, morti o scandali pubblici. Ma proprio per questo funzionano meglio: perché restano fuori dallo sguardo collettivo. Sono luoghi di passaggio, di attesa, di sospensione, dove la privazione della libertà viene compressa dentro una procedura e sottratta alla discussione democratica.

La questione non riguarda solo Milano. L’inchiesta di La via Libera si inserisce in un lavoro più ampio sui “luoghi idonei”, stanze segrete delle questure dove negli ultimi tre anni sono state trattenute circa 2.500 persone prima del rimpatrio. Spazi di detenzione amministrativa alternativi ai Cpr, gestiti direttamente dentro le questure e accessibili quasi esclusivamente ai garanti delle persone private della libertà.

È qui che si vede la trasformazione dello Stato di diritto in Stato di polizia amministrativa. La persona migrante non viene giudicata per ciò che ha fatto, ma per ciò che è: un corpo irregolare da rimuovere. Il trattenimento non è più l’eccezione, ma una tecnica ordinaria di governo. E la frontiera non è più soltanto a Lampedusa, Ventimiglia o Trieste: entra nelle questure, nei corridoi, nelle stanze chiuse, nei luoghi dove il diritto si abbassa fino quasi a sparire.

Questa è la vera funzione dei “luoghi idonei”: rendere più rapida, più silenziosa e meno contestabile la deportazione. Ridurre il tempo della difesa, isolare le persone, impedire che la loro storia diventi visibile. È la stessa logica dei Cpr, ma in forma ancora più opaca. Una detenzione senza clamore, senza nome, senza immagini.

L’inchiesta di Natalie Sclippa ha il merito di rompere questa opacità. Mostra che dietro la parola “rimpatrio” non c’è una procedura neutra, ma un sistema fatto di stanze fatiscenti, corpi trattenuti, garanzie fragili e diritti ridotti a ostacoli burocratici. E pone una domanda politica inevitabile: se questi luoghi sono così nascosti, se nessuno deve vederli, se persino la loro esistenza fatica a entrare nel dibattito pubblico, allora non siamo davanti a una semplice anomalia gestionale. Siamo davanti a un dispositivo di esclusione che funziona proprio perché resta invisibile.

Per questo non basta chiedere condizioni migliori. Bisogna contestare la logica stessa che consente di rinchiudere persone senza reato, in nome di un’irregolarità amministrativa prodotta dalle stesse leggi che impediscono ingressi regolari, permessi stabili e percorsi di vita dignitosi.

I “luoghi idonei” non sono idonei alla democrazia. Sono stanze della rimozione, anticamere della deportazione, piccoli Cpr nascosti nel cuore delle questure. E finché resteranno aperti, continueranno a raccontare una verità semplice e terribile: in Italia la libertà personale non vale allo stesso modo per tutti.