Entrare in carcere malati, peggiorare dietro le sbarre e vedere rinviate cure urgenti fino al rischio di un danno irreversibile. È quanto starebbe accadendo nel complesso penitenziario di Complesso Penitenziario di Rebibbia, dove il caso di un detenuto affetto da gravi patologie addominali racconta ancora una volta il collasso sanitario del sistema carcerario italiano.
L’uomo era entrato in carcere già in condizioni cliniche molto delicate. Aveva subito diverse operazioni chirurgiche, sia per una peritonite da perforazione sia per ripetuti interventi di riparazione protesica dovuti a un laparocele addominale recidivo. Una condizione grave, dolorosa e altamente instabile, aggravata ulteriormente dalla detenzione e dall’impossibilità di ricevere cure adeguate in tempi compatibili con l’urgenza del quadro clinico.
Nel corso della detenzione si sono moltiplicati episodi di intenso dolore addominale, sanguinamenti e malesseri fisici. Il personale sanitario interno avrebbe richiesto più volte visite specialistiche urgenti, denunciando però continui rinvii o annullamenti per la mancanza di personale di scorta necessario ad accompagnare il detenuto nelle strutture esterne.
Quando finalmente è stata effettuata una visita chirurgica specialistica, i medici hanno prescritto esami clinici da eseguire rapidamente per poter intervenire con urgenza. Ma anche questi accertamenti non sarebbero mai stati effettuati, sempre a causa dei problemi organizzativi interni al carcere.
Nel frattempo il detenuto ha continuato a ricevere soltanto terapie antidolorifiche di mantenimento, mentre le sue condizioni peggioravano progressivamente.
La difesa ha presentato per due volte richiesta urgente al Magistrato di Sorveglianza affinché il detenuto venisse trasferito in una struttura sanitaria esterna ai sensi dell’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario. Nessuna risposta concreta è arrivata. A quel punto è stato nominato un medico chirurgo specialista in medicina legale che, analizzando la documentazione clinica, ha concluso che il detenuto non fosse compatibile con il regime carcerario.
Secondo il consulente, il sistema intramurario non sarebbe in grado di garantire né le cure necessarie né il monitoraggio specialistico indispensabile. Il quadro clinico viene descritto come invalidante, instabile, aggravato dall’inadeguatezza dell’assistenza sanitaria interna e dai continui ritardi organizzativi. La prosecuzione della detenzione, scrive il medico, rischierebbe di compromettere in maniera seria e irreversibile le condizioni di salute del detenuto.
Nonostante ciò, la richiesta di differimento della pena per motivi di salute è stata respinta dal Magistrato di Sorveglianza, che ha ritenuto sufficienti le rassicurazioni fornite dall’unità di medicina penitenziaria di Rebibbia, secondo cui il detenuto riceverebbe assistenza continua e verrebbe accompagnato all’esterno quando necessario per controlli e monitoraggi.
La realtà, però, racconta altro. Gli esami urgenti richiesti non sono stati effettuati. L’intervento chirurgico necessario continua a essere rinviato. E il detenuto sarebbe stato recentemente colpito da nuovi episodi di malessere fisico, con un aggravamento sempre più rapido del quadro patologico.
Il caso solleva interrogativi enormi sullo stato della sanità penitenziaria italiana e sulle condizioni interne di Rebibbia, una struttura già segnata da sovraffollamento, carenza di personale e continui problemi organizzativi.
Qui il nodo non riguarda soltanto un singolo detenuto. Riguarda il senso stesso della pena in uno Stato costituzionale.
L’Articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo. Ma quando una persona detenuta resta per mesi senza esami indispensabili, senza interventi urgenti e senza cure adeguate, mentre il suo quadro clinico peggiora giorno dopo giorno, quei principi diventano carta straccia.
Ed è ancora più grave se si considera che i reati per cui il detenuto è ristretto non riguardano episodi di particolare allarme sociale e che era stata individuata una struttura esterna, gestita da associazioni cattoliche, ritenuta idonea ad accoglierlo in regime di detenzione domiciliare.
Questa vicenda mostra con brutalità il volto reale del carcere contemporaneo: un sistema dove la sofferenza fisica diventa ordinaria amministrazione, dove i diritti fondamentali vengono subordinati alla burocrazia e dove la detenzione rischia di trasformarsi in abbandono sanitario.
In un Paese civile nessuno dovrebbe essere condannato a vedere peggiorare irreversibilmente la propria salute dietro le sbarre per mancanza di personale, ritardi amministrativi o inerzia istituzionale. Ma nelle carceri italiane, troppo spesso, è esattamente ciò che accade. |