NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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DAVIDE LIBERO











Piantedosi sdogana i lacrimogeni ad altezza persona: lo Stato che acceca e poi si assolve

 

FONTE: osservatorio repressione

 

Il Viminale ammette di non avere alcun manuale o protocollo scritto sull’uso dei lacrimogeni. Eppure “Lince” ha perso un occhio a Bologna dopo essere stata colpita in pieno volto. Non è solo un vuoto normativo: è la legittimazione politica dell’impunità e della violenza nelle piazze.

 

La vicenda di Lince, la giovane che il 2 ottobre scorso ha perso un occhio durante una manifestazione a Bologna, assume oggi una gravità ancora maggiore. Non soltanto perché una persona è rimasta mutilata per sempre durante una gestione dell’ordine pubblico che presenta ancora molte zone d’ombra. Ma perché il Ministero dell’Interno, rispondendo alla Procura di Bologna, ha sostanzialmente ammesso che non esiste alcun manuale, protocollo o direttiva scritta che disciplini l’uso dei lacrimogeni nelle manifestazioni.

Una risposta che dovrebbe provocare uno scandalo nazionale.

Per anni i vertici delle forze dell’ordine e il Viminale hanno difeso l’operato dei reparti mobili appellandosi alla professionalità degli agenti, alla correttezza delle procedure e alla necessità degli interventi. Oggi scopriamo invece che uno degli strumenti più pericolosi utilizzati nelle piazze italiane viene impiegato senza che esistano linee guida pubbliche, verificabili e trasparenti.

Eppure chiunque abbia partecipato a manifestazioni negli ultimi venticinque anni sa perfettamente che i lacrimogeni non dovrebbero mai essere sparati ad altezza d’uomo. Le norme internazionali e le pratiche adottate nelle democrazie europee prevedono che vengano lanciati con traiettoria parabolica proprio per evitare che si trasformino in proiettili capaci di mutilare o uccidere.

A Bologna è successo esattamente questo. Un lacrimogeno ha colpito Lince al volto provocando l’implosione del bulbo oculare. Le consulenze medico-legali depositate agli atti confermano che quella è stata la causa della perdita definitiva della vista. Non una fatalità. Non un incidente imprevedibile. Un impatto diretto.

Ma la storia non finisce qui. Secondo le testimonianze e i video acquisiti dalla Procura, la donna sarebbe stata successivamente raggiunta e colpita con i manganelli mentre era già ferita e incapace di vedere. Le ferite alla testa, alle spalle e al dorso confermerebbero il suo racconto. Una sequenza che, se accertata definitivamente, descrive qualcosa di molto diverso dalla retorica della gestione dell’ordine pubblico: descrive un abuso di forza contro una persona già neutralizzata e gravemente ferita.

La risposta del Viminale, tuttavia, non sembra andare nella direzione della trasparenza. Al contrario. Affermare che non esistono protocolli scritti significa scaricare ogni responsabilità su una generica formazione interna, sottraendo all’opinione pubblica qualsiasi possibilità di controllo democratico. Se non esistono regole scritte, come si accerta una violazione? Se non esistono procedure formalizzate, come si individuano le responsabilità?

È lo stesso schema che abbiamo visto troppe volte. Da Genova 2001 alle cariche contro studenti e lavoratori, dai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo in Val di Susa fino ai numerosi episodi documentati nelle manifestazioni degli ultimi anni. Ogni volta si invoca la professionalità dei reparti. Ogni volta si parla di casi isolati. Ogni volta diventa quasi impossibile identificare chi ha sparato, chi ha colpito, chi ha impartito gli ordini.

Eppure qui non siamo di fronte a una questione tecnica. Siamo di fronte a una questione politica e democratica.

Uno Stato che consente l’utilizzo di strumenti potenzialmente mutilanti senza regole pubbliche e verificabili non sta semplicemente gestendo l’ordine pubblico. Sta costruendo uno spazio di impunità. Sta dicendo che l’uso della forza può continuare a muoversi dentro una zona grigia sottratta al controllo dei cittadini.

Ancora più inquietante è il contesto in cui tutto questo avviene. Mentre il governo approva decreti sicurezza, estende i poteri di polizia, introduce nuove fattispecie repressive e criminalizza il dissenso, emerge che non esistono nemmeno regole scritte per l’impiego di armi che possono mutilare manifestanti e passanti.

Il problema non riguarda soltanto Lince. Riguarda il diritto costituzionale di manifestare. Riguarda la libertà di dissentire senza rischiare di essere accecati. Riguarda il rapporto tra cittadini e apparati coercitivi dello Stato.

Per questo la richiesta avanzata da Amnesty International e dalla campagna “Occhi sugli abusi” non è affatto radicale. È il minimo indispensabile in una democrazia degna di questo nome: stop all’uso di strumenti potenzialmente mutilanti contro i manifestanti, introduzione dei codici identificativi per gli agenti impegnati nell’ordine pubblico, trasparenza sulle procedure e responsabilità individuali per gli abusi.

Perché il vero scandalo non è soltanto che una donna abbia perso un occhio. Il vero scandalo è che, a distanza di mesi, lo Stato continui a difendere un sistema nel quale nessuno sembra sapere chi ha sparato, secondo quali regole e con quale legittimazione. Una democrazia che tollera tutto questo non sta proteggendo la sicurezza. Sta normalizzando la violenza del potere.