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26 MARZO 2000

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DAVIDE LIBERO











Igor Squeo, la verità negata su una morte durante un fermo di polizia

 

FONTE:osservatorio repressione

 

Nuovi esami medico-legali e possibile riesumazione del corpo del 33enne morto dopo essere stato immobilizzato dalla polizia a Milano. Sei agenti e una dottoressa sono indagati. Dopo due richieste di archiviazione per “overdose”, la Procura generale vuole verificare l’ipotesi dell’asfissia da contenzione.

 

 

Quattro anni dopo la morte di Igor Squeo bisogna tornare sul suo corpo. Sugli organi conservati dopo l’autopsia, sui campioni biologici, sulle fratture già individuate e su quelle che potrebbero non essere state rilevate. Se necessario, bisognerà persino riesumare la salma. È questo il nuovo e importante sviluppo nell’inchiesta sulla morte del trentatreenne milanese, avvenuta il 12 giugno 2022 dopo un intervento della polizia nel suo appartamento.

La Procura generale di Milano ha deciso di affidare nuovi accertamenti al medico legale Luca Tajana e alla tossicologa forense Claudia Vignali, entrambi dell’Istituto di medicina legale di Pavia. L’incarico sarà conferito il 15 settembre dal sostituto procuratore generale Massimo Gaballo. I consulenti dovranno stabilire le cause della morte attraverso nuovi esami istologici sugli organi e sui campioni biologici conservati e valutare se sia necessario procedere alla riesumazione per cercare eventuali ulteriori fratture ossee. Una decisione motivata dalle “discordanti e incomplete conclusioni delle consulenze tecniche” già presenti nel fascicolo.

È difficile considerarlo un dettaglio. Perché per due volte la Procura ordinaria di Milano aveva chiesto di chiudere il caso. La spiegazione era stata individuata nell’“intossicazione acuta da cocaina”: Igor avrebbe assunto una quantità letale di droga e l’intervento della polizia non avrebbe avuto alcuna responsabilità nella sua morte.

La famiglia non ci ha mai creduto. E soprattutto non coincideva con quella ricostruzione una parte rilevante degli elementi raccolti.

La notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 una volante del commissariato Mecenate interviene nell’appartamento di Igor dopo una lite. Arrivano rinforzi, fino ad almeno una dozzina di agenti secondo le ricostruzioni raccolte negli anni successivi. Igor è in stato di agitazione. Viene immobilizzato, ammanettato e legato anche alle caviglie.

È quello che succede dopo a costituire ancora oggi il cuore della vicenda.

Gli agenti hanno sostenuto che Igor fosse stato collocato in posizione laterale di sicurezza. Le testimonianze di alcuni sanitari intervenuti raccontano però un’altra scena: Igor sarebbe stato tenuto prono sul pavimento, con diversi poliziotti impegnati a immobilizzarlo usando mani, corpo e ginocchia. Una soccorritrice ha parlato di una contenzione durata tra dieci e quindici minuti.

La differenza è enorme. Non riguarda un dettaglio della procedura, ma una possibile causa della morte.

La posizione prona accompagnata dalla compressione del torace può infatti compromettere la capacità respiratoria. È la dinamica diventata universalmente conosciuta dopo l’omicidio di George Floyd negli Stati Uniti e che in Italia era già emersa in altre morti durante interventi delle forze dell’ordine. È per questo che fin dal marzo 2025, raccontando il caso, avevamo posto una domanda: siamo davanti a un “caso George Floyd” a Milano?

Oggi quella domanda non appare affatto azzardata. È diventata una delle ipotesi investigative della stessa Procura generale.

La consulenza commissionata dalla famiglia – assistita dall’avvocata Ilaria Urzini – sostiene che Igor sia stato mantenuto con forza in posizione prona, con il volto contro il pavimento, e che la compressione abbia impedito alla gabbia toracica di espandersi normalmente. Le lesioni rilevate sul corpo, secondo i consulenti, sarebbero compatibili con quella dinamica e non con la spiegazione iniziale secondo cui Igor se le sarebbe procurate da solo durante lo stato di agitazione.

Ci sono la frattura delle ossa nasali, fratture costali multiple, vaste aree ecchimotiche dorsali, toraciche e facciali. Ci sono inoltre le condizioni dei polmoni, considerate compatibili con un edema polmonare emorragico da insufficienza respiratoria, e le petecchie individuate nel sacco pericardico, indicate dai consulenti della famiglia come segno di ipossia.

Non basta naturalmente tutto questo a stabilire una responsabilità penale. Ma basta – e sarebbe dovuto bastare molto prima – a impedire che la morte di un uomo immobilizzato da numerosi agenti venisse chiusa semplicemente sotto la voce “cocaina”.

Perché proprio sulla droga emergono altre contraddizioni. I consulenti del pm avevano collocato l’assunzione della dose ritenuta letale in un intervallo temporale che, secondo la contestazione dei consulenti della famiglia, non sarebbe compatibile con la cronologia documentata: Igor in quelle ore era già sotto il controllo delle forze dell’ordine e successivamente in arresto cardiaco.

Poi c’è il Propofol. Mentre Igor si trova immobilizzato viene somministrato il potente anestetico. Secondo l’attuale contestazione della Procura generale, la dottoressa oggi indagata per omicidio colposo lo avrebbe somministrato senza adeguato monitoraggio nonostante una saturazione dell’ossigeno dell’82 per cento. È inoltre indagata per falso ideologico perché nella relazione di soccorso sarebbe stato indicato un valore del 96 per cento.

Pochissimo tempo dopo la somministrazione arriva il primo arresto cardiaco. Ne seguiranno altri durante il trasporto e il ricovero. Alle 6.45 Igor Squeo muore.

C’è infine un altro elemento mai chiarito: il taser. Gli agenti hanno dichiarato che la pistola elettrica sarebbe stata estratta e puntata contro Igor a scopo di avvertimento ma non utilizzata. Sul corpo erano però presenti segni che la famiglia ritiene compatibili con gli elettrodi. Quando la legale ha chiesto di verificare i dati memorizzati dal dispositivo, è emerso che il taser nel frattempo si era rotto e non era più possibile recuperarne le informazioni.

Presi separatamente, ciascuno di questi elementi potrebbe forse essere spiegato. Presi insieme restituiscono una vicenda che non avrebbe mai dovuto essere liquidata frettolosamente.

Ed è precisamente questo il problema sollevato oggi dalla decisione della Procura generale.

Non si tratta semplicemente di dire che esistono due perizie diverse. La stessa Procura generale, quando ha avocato il fascicolo, ha contestato alle precedenti indagini di avere “totalmente trascurato” l’ipotesi investigativa avanzata dalla famiglia: che Igor possa essere morto per asfissia posizionale provocata dalla contenzione fisica.

Per arrivare a questo punto sono però serviti quasi quattro anni, due richieste di archiviazione, l’opposizione della famiglia, consulenze indipendenti, interrogazioni parlamentari, l’attenzione di associazioni come A Buon Diritto e Amnesty International e la pubblicazione delle terribili fotografie del corpo di Igor.

È questo che rende il caso Squeo qualcosa di più di una vicenda medico-legale.

Oggi quattro poliziotti sono indagati per omicidio preterintenzionale perché, secondo l’ipotesi accusatoria ancora tutta da verificare, avrebbero cagionato la morte di Igor attraverso una “impropria contenzione”. Altri due agenti sono indagati per falso ideologico: avrebbero redatto un’annotazione d’intervento ideologicamente falsa proprio per coprire quella modalità di contenzione.

Anche questo passaggio è decisivo.

Se l’ipotesi venisse confermata, non saremmo davanti soltanto all’eventuale uso illegittimo o pericoloso della forza da parte di singoli operatori. Ci troveremmo davanti alla possibile alterazione della documentazione destinata a ricostruire quello stesso intervento. È uno dei problemi che ricorrono con impressionante frequenza nelle vicende di malapolizia: chi esercita la forza pubblica partecipa spesso anche alla produzione degli atti attraverso i quali quella forza verrà successivamente ricostruita.

Naturalmente tutti gli indagati devono essere considerati innocenti fino all’accertamento definitivo delle responsabilità. I loro difensori sostengono la correttezza delle indagini originarie e continuano a indicare nell’intossicazione da cocaina la causa della morte.

Ma proprio per questo i nuovi accertamenti sono indispensabili.

La questione non è sostituire una verità precostituita con un’altra. È capire perché un’ipotesi fondata su testimonianze dei soccorritori, lesioni, fratture, grave ipossia e condizioni polmonari sia rimasta per anni ai margini dell’inchiesta.

Il 3 luglio il gip ha respinto la richiesta di incidente probatorio avanzata dalla Procura generale. La Pg ha deciso però di andare avanti autonomamente, disponendo i nuovi esami. Tajana e Vignali dovranno ora ripartire dagli organi conservati e stabilire se sia necessario arrivare alla misura più dolorosa per una famiglia: riaprire la tomba di Igor per cercare sul suo scheletro quello che quattro anni di indagini non sono riusciti a chiarire.

C’è qualcosa di profondamente disturbante in questa necessità.

Il corpo di Igor aveva parlato fin dall’inizio. Sua madre Franca Pisano lo aveva visto in ospedale pieno di lividi, ferite e fasciature. Le fotografie rese pubbliche anni dopo hanno mostrato la violenza dei segni rimasti sul corpo. Eppure la famiglia ha dovuto combattere perché quelle lesioni diventassero una domanda investigativa anziché un elemento marginale della storia.

Luigi Manconi, intervenendo sul caso, aveva ricordato una dinamica già incontrata nelle vicende di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini e Riccardo Rasman: quando una persona muore durante un intervento delle forze dell’ordine, troppo spesso l’attenzione viene inizialmente spostata sulla vittima. La droga, l’agitazione, la fragilità, i comportamenti precedenti. È quella distinzione tra vittime “buone” e vittime “cattive” denunciata anche da Riccardo Noury di Amnesty International.

Ma una persona può avere assunto cocaina ed essere comunque vittima di una contenzione letale. Può essere agitata e avere comunque diritto a non essere soffocata. Può aver commesso un reato e avere comunque diritto alla propria integrità fisica. La biografia della vittima non assolve automaticamente chi esercita la forza pubblica.

Il caso Igor Squeo pone quindi una questione che va molto oltre Milano: come vengono indagate le morti che avvengono durante un intervento di polizia?

Il problema dell’impunità non consiste soltanto nell’eventuale assoluzione finale di un agente. Comincia molto prima. Comincia quando una versione istituzionale acquista immediatamente maggiore credibilità di quella dei testimoni; quando le condizioni della vittima diventano la spiegazione principale del decesso; quando elementi incompatibili con quella narrazione non vengono approfonditi; quando la famiglia deve procurarsi autonomamente consulenti, avvocati e attenzione mediatica per impedire che il fascicolo venga chiuso.

Nel caso di Igor c’è poi un particolare ulteriore. Gli agenti indagati appartengono al commissariato Mecenate, già finito al centro di un’altra gravissima inchiesta relativa ad Abderrahim Mansouri e Carmelo Cinturrino, nella quale sono state contestate ad alcuni operatori condotte che comprendono violenze, falsificazioni di atti ed altri abusi. Le responsabilità sono individuali e i procedimenti devono seguire il loro corso, ma sarebbe irresponsabile ignorare il problema del controllo interno quando più vicende gravissime investono personale proveniente dalla stessa struttura.

Il 15 settembre inizierà dunque un nuovo capitolo.

Quattro anni dopo quella notte, la domanda di Franca Pisano rimane terribilmente semplice: sapere come è morto suo figlio.

Forse gli esami sugli organi conservati daranno finalmente una risposta. Forse sarà necessario riesumare Igor. Forse emergeranno nuovi elementi e forse alcuni degli interrogativi troveranno spiegazioni diverse da quelle ipotizzate dalla famiglia.

Ma una cosa è già certa: questa inchiesta non sarebbe arrivata fin qui se la famiglia avesse accettato la prima verità che le era stata consegnata.

Ed è questo il dato che dovrebbe inquietare più di tutti. Perché la domanda non riguarda soltanto che cosa sia successo a Igor Squeo nella notte tra l’11 e il 12 giugno 2022. Riguarda ciò che accade dopo, quando una persona muore nelle mani dello Stato e la ricerca della verità dipende dalla capacità dei suoi familiari di resistere abbastanza a lungo perché qualcuno torni finalmente a guardare quel corpo.