Abderrahim Fakir è morto schiacciato sull’asfalto, dopo avere chiesto ripetutamente aiuto, mentre due poliziotti lo tenevano immobilizzato a pancia in giù. Sei minuti e ventisette secondi di compressione, durante i quali la sua voce si è progressivamente affievolita fino a spegnersi. Poi, quando il suo corpo non reagiva più e i soccorritori cercavano di rianimarlo, uno degli agenti ha pronunciato una frase che racconta meglio di qualsiasi rapporto ufficiale la brutalità di quanto accaduto: «Se schiatta ci divertiamo». Non una parola di preoccupazione per l’uomo che stava morendo, ma un commento sprezzante, ripetuto due volte, registrato dalla bodycam indossata da uno dei poliziotti.
È accaduto il 19 luglio scorso nel quartiere Pilastro di Bologna. Abderrahim Fakir, 42 anni, di origine marocchina, si aggirava per strada in evidente stato confusionale. Alcuni residenti, preoccupati per le sue condizioni, avevano chiamato le forze dell’ordine. Quella che avrebbe dovuto essere una richiesta di assistenza si è conclusa con la morte dell’uomo durante un intervento di polizia. Tre mesi dopo, la consulenza medico-legale disposta dalla Procura conferma un fatto decisivo: la compressione esercitata dagli agenti durante l’immobilizzazione ha contribuito al decesso. Non è un’ipotesi avanzata soltanto dai familiari. È una conclusione contenuta nella stessa relazione dei consulenti incaricati dai magistrati.
Eppure, ancora una volta, il racconto pubblico rischia di essere costruito attorno alle condizioni della vittima anziché alla condotta di chi esercitava la forza. La cocaina, i problemi cardiaci, lo stato di agitazione. Sono questi gli elementi che vengono messi in primo piano per ridimensionare il significato dello schiacciamento e spostare progressivamente la responsabilità della morte sul corpo stesso di Abderrahim. È un meccanismo che conosciamo bene: quando una persona muore durante un intervento di polizia, si comincia a cercare nella sua vita, nelle sue condizioni personali e nei suoi comportamenti la spiegazione che possa rendere meno grave ciò che è accaduto.
Ma il punto politico e umano è esattamente l’opposto. Abderrahim Fakir non doveva essere sano, sobrio, tranquillo o perfettamente collaborativo per avere diritto a restare vivo. Se era in stato di alterazione, se aveva problemi cardiaci, se si trovava in una condizione di particolare vulnerabilità, quelle circostanze imponevano maggiori precauzioni, non autorizzavano un contenimento capace di compromettere ulteriormente la respirazione. Le sue condizioni non possono essere trasformate in una giustificazione della violenza esercitata contro di lui.
Nessuno contesta che gli accertamenti medico-legali debbano esaminare tutti i fattori clinici. Ma è inaccettabile trasformare un dato tossicologico in un’assoluzione preventiva degli agenti. La presenza di cocaina non cancella sei minuti e ventisette secondi trascorsi con il corpo premuto contro l’asfalto. Non cancella le richieste di aiuto. Non cancella la posizione prona. E soprattutto non cancella il fatto che i consulenti della Procura abbiano riconosciuto proprio in quella compressione una delle cause concorrenti dell’insufficienza respiratoria che ha provocato la morte.
Esiste inoltre una controversia medico-legale che non può essere occultata dietro la presentazione della perizia come una verità definitiva. Il 2 ottobre, dopo l’incontro tra i consulenti a Padova, erano emerse ricostruzioni secondo cui la carenza acuta di ossigeno era riconducibile alla posizione prona imposta a Fakir. La famiglia, assistita dall’avvocato Fabio Anselmo, contesta il peso attribuito successivamente agli altri fattori clinici. Il professor Vittorio Fineschi, consulente dei familiari, presenterà una propria relazione proprio per affrontare le discrepanze tra quanto discusso durante il confronto tecnico e quanto scritto nel documento conclusivo. La ricostruzione del nesso causale, dunque, è tutt’altro che sottratta al confronto scientifico e giudiziario.
La vicenda deve essere ricostruita a partire da ciò che è avvenuto in via Italo Svevo, non dalla biografia sanitaria della vittima. Due agenti arrivano per intervenire su un uomo che appare agitato e disorientato. Viene richiesta un’ambulanza, poi un’automedica. I soccorsi tardano ad arrivare. Quando la situazione precipita, Fakir viene portato a terra e immobilizzato. Gli agenti cercano di ammanettarlo, esercitano pressione sul suo corpo, si coordinano con difficoltà. L’uomo si agita, urla, chiede aiuto. La sua voce si fa sempre più debole. Infine smette di reagire.
Le registrazioni della bodycam sono devastanti. Mentre Fakir è immobilizzato e la situazione diventa sempre più grave, i poliziotti discutono anche delle modalità con cui avrebbero dovuto ammanettarlo. Quando il giovane non risponde più, uno dei due commenta che potrebbe essere morto. Il collega manifesta indifferenza. Poco dopo, mentre viene comunicato l’arresto cardiaco e iniziano le manovre di rianimazione, arriva la frase: «Se schiatta ci divertiamo». Non è una ricostruzione di parte. Sono parole trascritte nella consulenza medico-legale sulla base delle registrazioni effettuate da una telecamera in dotazione alla stessa polizia.
Quelle parole non possono essere derubricate a una battuta infelice, a un’espressione pronunciata sotto stress o a un semplice problema disciplinare. Rivelano un atteggiamento di disprezzo nei confronti di una persona sulla quale gli agenti avevano appena esercitato una forza potenzialmente letale. Il problema non è soltanto ciò che è stato detto. È che quelle frasi accompagnano un intervento nel quale un uomo ha perso la vita. E mostrano quanto possa diventare pericoloso il potere coercitivo quando chi lo esercita smette di riconoscere nell’altro una persona da proteggere.
La morte di Abderrahim Fakir pone quindi una questione che non può essere liquidata attraverso la ricerca delle cosiddette mele marce. La polizia è un’istituzione dotata del monopolio legale dell’uso della forza. I suoi appartenenti possono fermare, immobilizzare, ammanettare e privare temporaneamente una persona della libertà. Proprio per questo devono essere sottoposti a obblighi particolarmente rigorosi. Non esiste alcuna ragione di ordine pubblico che possa giustificare il ricorso a modalità di contenimento incompatibili con la tutela della vita. Non esiste alcuna condizione personale della vittima che possa ridurre questi obblighi.
La posizione prona con compressione del dorso non è una procedura neutra. Quando una persona viene immobilizzata a pancia in giù, soprattutto se si trova in uno stato di forte agitazione o difficoltà respiratoria, la pressione esercitata sul torace può aggravare rapidamente la situazione. È proprio ciò che la consulenza riconosce come fattore concorrente nella morte di Fakir. La domanda, allora, non può essere soltanto quanto abbiano inciso la cocaina o una patologia preesistente. Bisogna chiedersi perché sia stato mantenuto un contenimento di quella durata, quando siano stati riconosciuti i segnali di sofferenza respiratoria e quali alternative operative fossero disponibili.
Anche la gestione dei soccorsi presenta aspetti gravissimi. La relazione segnala criticità nelle procedure di emergenza, nei tempi e nell’efficacia delle manovre. Eppure, nella ricostruzione pubblica, anche questi elementi rischiano di diventare secondari rispetto alla discussione sulle condizioni fisiche dell’uomo. Il fatto che le possibilità di sopravvivenza fossero considerate ridotte non significa che la sua vita valesse meno o che ogni intervento fosse inutile. La tutela di una persona in arresto respiratorio non è subordinata a una percentuale statistica. Ogni minuto conta, soprattutto quando quella persona si trova sotto il controllo diretto delle istituzioni.
Ma c’è un altro elemento che rende questa vicenda ancora più inquietante. A oltre tre mesi dalla morte di Fakir, i due poliziotti e i quattro soccorritori coinvolti non risultano formalmente iscritti nel registro degli indagati. I loro nominativi sono stati inseriti nel registro delle annotazioni preliminari, secondo la disciplina introdotta dal governo Meloni con il cosiddetto scudo penale. Entro il 19 novembre la Procura dovrà decidere se procedere con le iscrizioni ordinarie o con l’archiviazione.
È difficile immaginare una rappresentazione più concreta della direzione assunta dalle politiche sicuritarie. Da una parte si moltiplicano le fattispecie di reato, si aggravano le pene, si introducono nuovi strumenti di controllo e si restringono gli spazi del dissenso. Dall’altra, quando l’uso della forza pubblica produce conseguenze gravissime, si predispongono procedure speciali per gli operatori coinvolti. La legge penale diventa sempre più rapida e severa nei confronti dei soggetti socialmente marginalizzati, mentre nei confronti degli apparati coercitivi si costruiscono forme particolari di protezione procedurale.
Lo scudo penale non equivale automaticamente a un’assoluzione e non impedisce in assoluto lo svolgimento delle indagini. Ma il suo significato politico è evidente: introduce una disciplina differenziata proprio per chi dispone del potere di esercitare la forza. È una scelta che rischia di rafforzare quella cultura dell’impunità che da decenni accompagna le denunce di abusi polizieschi. L’iscrizione nel registro degli indagati non è una condanna, ma una garanzia procedurale. Presentarla come un’ingiustizia da cui proteggere preventivamente gli agenti significa rovesciare il senso stesso del controllo giudiziario.
Il caso Fakir non arriva nel vuoto. Arriva in un Paese nel quale le morti durante gli interventi di polizia, le violenze nelle caserme, gli abusi nelle carceri e le aggressioni ai manifestanti vengono troppo spesso affrontati come episodi separati, privi di qualsiasi relazione. Ogni volta si cercano circostanze eccezionali, responsabilità individuali, spiegazioni che consentano di salvaguardare l’immagine complessiva degli apparati. Ma il ripetersi di queste vicende impone di interrogarsi sulle modalità operative, sulle culture professionali, sui meccanismi di controllo e sulle protezioni istituzionali che possono favorire l’assenza di responsabilità.
C’è inoltre una dimensione sociale e razziale che non può essere ignorata. Abderrahim Fakir era un uomo di origine marocchina, in evidente difficoltà, in un quartiere popolare. Non disponiamo di elementi sufficienti per affermare che l’intervento sia stato motivato dal razzismo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il contesto nel quale persone migranti, giovani delle periferie e soggetti marginalizzati sperimentano frequentemente controlli, sospetto e pratiche coercitive. Il razzismo istituzionale non si manifesta soltanto attraverso un insulto esplicito: può emergere anche da modalità selettive di controllo, dalla svalutazione della parola delle persone fermate e dalla tendenza a considerare alcuni corpi più facilmente sacrificabili di altri.
È su questo terreno che la retorica della sicurezza incontra quella della disumanizzazione. Prima si costruisce una figura sociale pericolosa: il migrante, il tossicodipendente, il marginale, il giovane delle periferie. Poi si presenta l’intervento repressivo come inevitabile. Infine, quando la persona muore, si utilizzano le sue condizioni per attenuare la gravità di quanto è accaduto. Non occorre che questo meccanismo sia esplicitamente dichiarato per riconoscerne gli effetti. Il risultato è una gerarchia implicita delle vite, nella quale alcune morti sembrano richiedere più spiegazioni e giustificazioni di altre.
La vicenda richiama inevitabilmente quella di George Floyd, morto a Minneapolis nel 2020 dopo essere stato immobilizzato a terra da agenti di polizia. Non perché i due casi siano giuridicamente sovrapponibili, ma perché entrambi pongono al centro il rapporto tra immobilizzazione, difficoltà respiratoria e potere coercitivo. In entrambi emerge la questione fondamentale di una persona che non riesce più a respirare mentre è sottoposta al controllo fisico degli agenti. La differenza tra le singole ricostruzioni medico-legali non cancella il problema politico rappresentato da tecniche di contenimento che possono contribuire alla morte.
Di fronte a quanto emerso dalle registrazioni e dalla consulenza, non bastano dichiarazioni di circostanza. Occorre accertare tutte le responsabilità, comprese quelle relative alle procedure di intervento, ai soccorsi e alla catena di comando. Occorre verificare se gli agenti abbiano rispettato i protocolli, se abbiano ricevuto una formazione adeguata e se le modalità del contenimento fossero compatibili con le condizioni della persona fermata. E occorre che l’indagine non venga condizionata da quella presunzione di legittimità dell’operato poliziesco che troppo spesso precede persino l’accertamento dei fatti.
La famiglia di Abderrahim Fakir ha diritto alla verità e alla giustizia. Ma questa non può diventare soltanto una vicenda giudiziaria individuale. È necessario rimettere in discussione un modello di sicurezza fondato sull’espansione del potere repressivo e sulla progressiva riduzione dei controlli democratici. Le forze dell’ordine non possono essere considerate un corpo sottratto alla responsabilità pubblica. Devono rispondere delle proprie azioni proprio perché esercitano un potere che nessun altro cittadino possiede.
La politica del governo Meloni va nella direzione opposta. Si rafforzano gli strumenti coercitivi, si moltiplicano le protezioni per gli agenti, si costruisce una narrazione nella quale ogni critica all’operato delle forze dell’ordine viene rappresentata come un attacco allo Stato. È una concezione autoritaria della sicurezza, nella quale il diritto dei cittadini a essere protetti dalla violenza istituzionale viene subordinato alla difesa dell’autorità. Ma una democrazia non si misura dalla libertà concessa alla polizia di esercitare la forza. Si misura dalla capacità di limitarla, controllarla e sanzionarne gli abusi.
Le ultime parole di Abderrahim Fakir sono state richieste di aiuto. Le parole registrate dalla bodycam di uno degli uomini che lo avevano immobilizzato sono state di disprezzo. Questa è la distanza che separa una persona che chiedeva di essere soccorsa da chi, in quel momento, esercitava su di lei il potere dello Stato.
Non accetteremo che la cocaina diventi il pretesto per cancellare lo schiacciamento, che una condizione di vulnerabilità venga trasformata in una colpa o che lo scudo penale diventi lo strumento per sottrarre gli apparati alle proprie responsabilità. Abderrahim Fakir è morto durante un intervento di polizia e la perizia riconosce che la compressione esercitata dagli agenti ha contribuito alla sua morte. Questo è il fatto dal quale bisogna partire. Tutto il resto non può servire a nasconderlo.
Quando un uomo chiede aiuto, viene schiacciato sull’asfalto e muore mentre chi lo ha immobilizzato commenta «Se schiatta ci divertiamo», non siamo davanti a una questione di ordine pubblico da archiviare. Siamo davanti a una violenza di Stato che esige verità, responsabilità e giustizia. Nessuna divisa può diventare una licenza di uccidere. |