Fin dalla prima ora, le squadre B sono state oggetto di un attacco piuttosto netto da parte degli ultras. L’istituzione di queste compagini è stata vista più come un ulteriore step verso un calcio sempre più industria e sempre meno passione popolare. Senza entrare troppo nel merito dell’aggettivo “popolare”, che andrebbe sviscerato in ogni sua forma, sicuramente le seconde squadre hanno tolto spazio a quei club, espressione di paesi o città, che avrebbero avuto il sacrosanto diritto di iscriversi al campionato di Serie C e sognare pure la scalata verso il grande calcio. Invece, ogni nuova esclusione, ogni mancato ripescaggio non fa che accendere polemiche e sospetti, talvolta anche legittimi.
Chi non osteggia, anzi agevola questo tipo di progetto mette in risalto la possibilità di offrire ai giovani italiani una vetrina titolata: un campionato probante come quello di terza serie può essere il trampolino per tornare alla base o comunque spiccare il volo verso lidi più nobili. La bontà di questo progetto la potrà svelare solamente il tempo: una manciata di stagioni non può offrire una visione reale, non può essere probante. Se poi la ristrutturazione del nostro calcio poggia sulle squadre B e magari sull’esonero del commissario tecnico Spalletti, quello che poi viene esaltato per aver rimesso sui binari giusti la Juventus di questa stagione, possiamo dire con poco margine di errore che si sta vivendo l’ennesimo ribaltone dove tutto cambia per non cambiare nulla.
Non voglio stare qui a elencare le problematiche del calcio giovanile, la mancanza di strutture oppure le negligenze o addirittura il malaffare di certi dirigenti: dico con estrema razionalità che, con le regole attuali e con un calcio sempre più distante dallo spettatore, risulta difficile avvicinare i bambini a uno sport che appare sempre meno praticabile e praticato, sempre più simile a uno show e dove l’aspetto tecnico-sportivo risulta spesso in secondo piano. Il risultato lampante, inappuntabile e concreto è che a livello di Nazionale ci ritroviamo a sperare nella qualificazione ai prossimi Mondiali dopo due edizioni che ci hanno visti spettatori. Per il momento la Norvegia ci ha letteralmente surclassato, perciò la strada si complica e tocca giocarsi i play-off. In bocca al lupo!
Se la nazionale fosse l’unico problema poi, si potrebbe persino essere soddisfatti: invece ogni stagione è uno stillicidio di club che non arrivano a iscriversi oppure iniziano la stagione ma non la portano a termine, di fatto alterando la classifica. Quest’anno la Spal è stata esclusa, il Rimini ha alzato bandiera bianca a campionato in corso; Brescia e Lucchese, con modalità diverse, non hanno presentato domanda di iscrizione; Foggia, Triestina, Lucchese e Messina hanno attraversato notevoli difficoltà finanziarie. Un caso? Macché, più che altro la regola che si ripete, come nella scorsa stagione in cui Taranto e Turris hanno trasformato la classifica del girone C della C in una messinscena.
Una strage silente: sembra che l’esclusione di questi club passi sotto traccia, che volutamente si voglia omettere una questione quanto mai attuale. Guarda caso, molti dei i personaggi coinvolti in queste vicende sono quanto meno ambigui, se non proprio dei professionisti del fallimento ed è assurdo che nessuno presti ascolto alla levata di scudi dei tifosi per evitare una triste fine. Vedasi Rimini dove la Curva Est ha provato in tutti i modi (e invano) a invocare l’intervento del sindaco o delle altre cariche istituzionali e sportive. La linea sembra però tracciata e le conseguenze risultano la logica di queste gestioni farlocche e della collusione o dell’indifferenza di chi in qualche modo potrebbe evitarle. A chiusura del cerchio, l’attualissima crisi dello sport a Trapani, dove c’è stato chi ha alzato l’asticella, gettando in un colpo solo nel fango sia il basket che il calcio: applausi sinceri per quest’impresa che anche in questo caso sembrava già scritta. Dimenticavo: chi erano i padroni del calcio? Gli ultras? Bella favola anche questa!
In questo mare impetuoso e torbido, quale linea hanno intrapreso gli ultras? In linea generale sono state boicottate le trasferte contro le squadre B, con settori ospiti deserti e striscioni eloquenti. In questo pomeriggio la Curva Nord livornese ha anticipato le proprie decisioni con un comunicato in cui annuncia la rinuncia al tifo per una partita che non si dovrebbe neppure giocare. Decisione condivisibile o meno, resta il fatto che gli ultras, così come hanno il sacrosanto diritto di tifare, hanno la medesima facoltà di astenersi se qualcosa non gli aggrada; chi solo in queste occasioni si ricorda della necessità di uno stadio colorato e rumoroso a sostegno della squadra, per poi esimersi dal cooperare nel tifo, potrebbe benissimo provare a sostituirsi a coloro che lo ravvivano in ogni partita. Sempre se sono capaci di altro oltre che parlare.
Un lungo striscione appeso nella parte alta della curva è esemplificativo del pensiero della Curva Nord, che non tifa, non si fa minimamente sentire e sembra anche meno popolata del solito. Se escludiamo l’esultanza al gol e qualche scontata reazione alle giocate dei ventidue in campo, possiamo tranquillamente dire di aver assistito a una partita a porte chiuse, con un silenzio inusuale per uno stadio di calcio. Può servire una protesta del genere? Forse no, ma sottostare al volere di chi vuole trascinare il calcio in un baratro con la presunzione di salvarlo dai cattivoni con la sciarpa al collo non è certo cosa gradita né doverosa. Perché essere inermi può essere giustificato, essere compiacenti e collaborazionisti, anche no. |